presso Compagnia del Cinema
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Cinema

13

Aprile

L’ultimo concerto

Un film di Marcello Tacconelli

Nicolas Feriali, virtuoso contrabbassista a fine carriera, si prepara nello storico camerino di Carmelo Bene al suo ultimo concerto, il Rigoletto, ma si blocca sul dunque e non gli riesce di suonare. Cade in un inspiegabile coma, una galleria di rivelazioni sulla musicalità, di personaggi archetipici e mitologici, di esperti di musica e infine di artisti e poeti del passato. Sono i mondi artistici frequentati dallo stesso Carmelo Bene e condensati nelle sue opere. In questo purgatorio dell’arte, Nicolas perde gli occhi e inizia a vedere con le orecchie, imparando finalmente la lezione appresa tanti anni prima assistendo per caso a uno spettacolo di Bene ma, per tornare a se stesso, deve fare i conti con la propria infanzia, con la costrizione formale inflittagli da un padre padrone e da un maestro di musica severo. Ormai consapevole di essere un Rigoletto-aedo mancato, Nicolas sarà finalmente libero dall’ossessione della scrittura musicale rinascendo come autentico bambino interiore e voce eterna della melodia delle cose (come lo stesso Carmelo Bene in principio).



Sinossi

Nicolas Feriali, contrabbassista 63enne a fine carriera, è un uomo elegante, noto nell’ambiente della musica come uno dei più fini esecutori. Formale anche nella vita quotidiana, traccia linee aeree e grafemi in ogni singolo gesto: accarezzare la moglie e la figlia, parlare con la gente, salutare e, addirittura, gestire maniacalmente il materiale di lavoro. In lui tutto è pianificazione metodica e lucida intenzione. Gli è stato insegnato, e ne è convinto sempre di più, che ogni cosa risponda ad un progetto ben concertato e che il mondo sia un’infinita serie di indicazioni grafiche al cui apice vi sia la volontà, vissuta anch’essa come un testo programmato a monte. Spesso ripete: “La spontaneità è l’alibi degli incapaci”. Via via che si avvicina il suo “concerto di chiusura di carriera”, quel “Rigoletto” che Nicolas non ha mai voluto suonare perché da sempre in grado di evocargli qualcosa di terrificante e oscuro di sé, egli mostra numerose tracce di disfasia fino al punto da non riuscire più a parlare con la sua famiglia, né a suonare e a scrivere come al solito; accentua così la sua frenesia matematica. Il fatidico giorno, proprio mentre si veste nel camerino che un tempo fu quello di Carmelo Bene, Nicolas ha una crisi inspiegabile alla vista della foto del Maestro del teatro italiano riflessa nel suo specchio. Tuttavia si fa forza ed entra in scena. Il concerto inizia ma si blocca, come fosse paralizzato: è un fermo-immagine fuori posto nell’intero spettacolo del Rigoletto. Tornato a casa, mentre fervono i preparativi per il banchetto di congedo con colleghi e amici, Nicolas entra in coma tra l’incredulità della moglie e la rassegnazione del medico. La sua coscienza inizia un viaggio in una dimensione onirica: egli incontra se stesso seduto ad una tavola vuota, frequentata solo dai resti di una cena mai avvenuta e da un libro: “ ’l mal de’ fiori ” di Carmelo Bene. Nicolas ne legge alcuni versi e avverte subito che l’ambiente reagisce alle sue parole e alle sue sensazioni: all’improvviso il corridoio di fonte a sé s’illumina lasciandogli vedere una sogliache egli varca pensando di rientrare in una stanza di casa sua. Si ritrova invece in un esterno in cui incontra Narciso che lo attende da tempo; lo raggiunge e gli cede i suoi occhi ritrovandosi l’istante successivo seduto al tavolo, di fronte al libro, a portare il segno col dito sui versi suggeriti dalla voce di Carmelo Bene che si diffonde nell’ambiente. Colpito da alcuni concetti, Nicolas ingaggia un dialogo con l’apparizione di Sergio Fava che si materializza alle sue spalle. Spazientito da tante, troppe parole, scaraventa il libro in aria disperdendone le pagine ma ne scaturisce, per lui, un ulteriore viaggio all’interno del libro, che gli si svela alla stregua di un labirinto. Ha visto con le orecchie, ora deve ascoltare con gli occhi, dunque Narciso, riemergendo dallo stesso libro, glieli restituisce. Sfinito da questo incubo Nicolas cerca nello specchio che brilla e si muove alle sue spalle una possibile uscita, lo attraversa finendo in un’immensa costruzione di cristalli animata dalle voci di una sibilla che gli fornisce nuovi indizi per proseguire il suo percorso. Così facendo arriva finalmente all’esterno: un terrazzo sospeso nel cielo, ricco di simboli musicali. Egli attraversa la struttura architettonica che gli si apre innanzi, scende una scala e torna allo stesso punto di partenza: il tavolo cosparso di pagine dove, questa volta, ci sono gli oggetti di scena di Carmelo Bene: il naso di Pinocchio, le perle del trucco della Salomè e il lungo nastro segnalibro. Vedere Pinocchio lo porta a ricordare la sua infanzia, quando un maestro di musica severo e intransigente lo ha irrigidito nell’ossesione grafica. È nato lì il suo errore di fondo? È quella la chiave del suo blocco? Come ha potuto dimenticare? E cosa gli ha permesso di ricordare, di scuotersi? Deve forse rinunciare a se stesso? Nicolas entra in crisi e altre voci si materializzano nello spazio. Prende corpo un’apparizione, quella di Roberto Tessari, che gli svela che la parola deve sciogliersi in musicalità, così come fu per Hölderlin e per gli antichi cantori greci: gli aedi, che appaiono come ombre che lo raggiungono. Pian piano Nicolas ricorda di aver assistito per caso a uno spettacolo di Bene 20 anni prima, ne trova ora sul tavolo la locandina e parti dei manichini usati in scena: era “In-vulnerabilità d’Achille” al Castello Sforzesco di Milano. È stato Carmelo Bene, l’aedo per antonomasia, il suo vero mentore, il suo vero Maestro. L’idea della marionetta, dell’assenza da se stessi, l’estasi del musicista, ’importanza del gioco… Ora tutti i temi trovano un ordine nel tempo e nella conoscenza. Nicolas interagisce con le visioni, con i personaggi, con le ombre degli aedi che, tornati nei loro lontani mondi sotterranei, si trasformano in androidi via via che Nicolas tocca i piccoli manichini, gli stessi dello spettacolo di Bene, disposti sul tavolo come in attesa di rivivere. Il nastro del segnalibro è ora una guida multicolore, che lo conduce in un nuovo ambiente, un arco di luce da cui Nicholas viene tradotto all’interno di un dipinto raffigurante un mistico che sfonda il cielo. Avanza facendosi strada tra gli elementi della pittura e, come da un secondo utero, sbuca in un prato coperto di stelle. È il giardino d’infanzia di Carmelo Bene dove, da bambino, quando i nomi delle cose erano ancora lontani, aveva l’abitudine di sdraiarsi per sillabare e canticchiare le stelle.
Ormai Nicolas è rinato e con lui il suo bambino interiore. È un incanto di suono.
L’uomo finto-adulto è morto in nome dell’onnipotenza bambina che ascolta luccicare la meraviglia che viene dal canto delle stelle.